Vita da duri

Mi ricordo con grande nostalgia le grandi nevicate degli anni ’70.

Periodo in cui lo sci divenne sport di massa e nacquero moltissime piccole stazioni anche a quote non necessariamente molto elevate.

Una di queste era Rucas, nel comune di Bagnolo Piemonte (CN), che conobbe vere e proprie fortune e che si collocava appena sopra e appena di fianco alle grandi cave di Pietra di Luserna: un balcone aperto sulla Pianura Padana in cui la neve faceva da contrasto con la Rocca di Cavour in primo piano e con le distese coltivate sul confine fra la provincia di Torino e la provincia di Cuneo.

Andando a sciare a Rucas si godeva appieno della visione non solo del bacino estrattifero della Pietra di Luserna ma di alcune cave molto vicine in cui, all’epoca, le macchine al lavoro erano del tutto inusuali per il panorama torinese: dumper articolati, grandi pale cingolate, grandi pale gommate, grandi escavatori cingolati.

Lassù, dove già allora la redditività del lavoro era diverso rispetto “alla bassa” e dove il lavoro duro richiedeva macchine ” al di sopra di ogni sospetto”, il mercato era diviso in due: da un lato la Fiatallis con gli escavatori della neonata serie FE (in cui compariva ancora il marchio Simit) e le pale cingolate con alcuni esemplari della mastodontica FL20, e dall’altro la Caterpillar in cui le neonate pale cingolate idrostatiche 963 e 973 la facevano da padrone.

Ma insieme a queste pale erano veramente rarissimi gli escavatori serie 225 e 235 al lavoro…al loro posto c’era un prodotto tutto italiano ma sempre commercializzato dal concessionario CGT: i Laltesi.

Questa piccola azienda di Piacenza si era ritagliata una solida reputazione per i suoi escavatori particolarmente robusti, forti ed equilibrati con una forte propensione ai lavori duri, al sollevamento di pesi importanti, allo scollamento dei blocchi di pietra.

Forte di una rete commerciale capillare e di un servizio di assistenza efficiente, da sempre fiore all’occhiello di CGT, Laltesi aveva sviluppato una gamma di escavatori che, partendo dal piccolo 111 fino al più grande 551, si erano ovunque distinti per la estrema robustezza.

Le carpenterie dei bracci erano molto simili agli altri campioni di robustezza allora presenti sul mercato: gli O&K.

Il dipper aveva infatti l’attacco benna a forcella con la stessa impostazione. Il braccio era disponibile sia in versione mono che in versione due pezzi con la possibilità di regolare la posizione fra primo e secondo elemento. Gli attacchi dei due cilindri di sollevamento erano connotati da una carpenteria fatta per distribuire gli sforzi e i cilindri idraulici erano quasi esenti da trafilature.

Le motorizzazioni erano Iveco e questo li rendeva particolarmente graditi per l’affidabilità e per la ricambistica che, come dicevano gli operatori di allora “…si trovava anche nella ferramenta del paese…”.

Ma la cosa che piaceva di più era vederli al lavoro.

Non veloci sicuramente, per cui nei grandi lavori di scavo c’erano sicuramente macchine dell’epoca più produttive ma, per contro, molto molto forti. La loro diffusione era infatti quasi capillare nelle zone montuose alpine, sull’appennino, nelle zone rocciose del centro e sud Italia.

Una robustezza e una affidabilità che durano ancora oggi.

Nei miei viaggi per l’Italia, facendo visita a cave e cantieri, mi capita di incontrare moltissimi escavatori Laltesi, soprattutto i modelli più grandi 541 e 551, che sono ancora allegramente all’opera.

Esautorati da operazioni di sollevamento e scollamento blocchi, anche per l’entrata in scena di modelli oggettivamente più moderni, efficienti e rapidi, i vecchi Laltesi spesso si fanno carico di trasportare pesanti perforatrici azionate idraulicamente.

Un compito non meno gravoso e importante all’interno di una cava di pietra e che solo la robustezza di base di questi escavatori permette.

Quando li vedo non posso fare a meno di pensare a cosa non sia stata Laltesi in quegli anni…mentre ora la ricordiamo per essere un altro, l’ennesimo, pezzo di industria italiana andato perduto.

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